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dai GIORNALI di OGGI

Il segretario pd: "Dico no a maggioranze e governi non decisi dagli elettori"

"Se vince Bersani bipolarismo a rischio"

Franceschini: "Ci sono gli ingredienti per una fine anticipata della legislatura"

MILANO - "Dal congresso del Pd e dal suo esito non passa soltanto il futuro del partito, che pure è una cosa im­portante. Passa anche il futuro assetto della politica italiana dopo Berlusconi; e quindi la questione riguarda tutti.

alla stampa ho confermato la mia Candidatura Spontanea alla Segreteria Nazionale del PD

2009-07-23

Ingegneria Impianti Industriali

Elettrici Antinvendio

ST

DG

Studio Tecnico

Dalessandro Giacomo

SUPPORTO ENGINEERING-ONLINE

 

L'ARGOMENTO DI OGGI

 

 

Il mio pensiero sulle Candidature alla Segreteria :

Io ieri 23/07/2009 con e-mail inviata alle 18,03 alla Commissione Nazionale del PD, al Segretario Nazionale D. Franceschini, alla Direzione, ai Parlamentari del PD, alla stampa ho confermato la mia Candidatura Spontanea alla Segreteria Nazionale del PD per dare una scossa e far partire il dibattito dal basso.

Faccio rilevare che così come oggi è impostato tutto il dibattito, la nomina del Segretario Nazionale del PD viene dall'alto con una rosa ristretta di nomi, in virtù di una seleziona effettuata dal Vertice con l'imposizione dei numeri necessari per concorrere alla Candidatura ( ci si rifà al Regolamento per l'Elezione del Segretario ) :

Art. 3 punto 2. Tutte le candidature debbono essere sottoscritte:

da almeno il 10% dei componenti l’Assemblea Nazionale uscente, oppure, da un numero di iscritti compreso tra 1500 e 2000, distribuiti in non meno di cinque regioni, appartenenti ad almeno tre delle cinque circoscrizioni elettorali per il Parlamento europeo.

Dimenticandosi invece delle PARI OPPORTUNITA' richieste dello Statuto del PD ,

Art. 1 punto 1. Il Partito Democratico è un partito federale costituito da elettori ed iscritti, fondato sul principio delle pari opportunità, secondo lo spirito degli articoli 2, 49 e 51 della Costituzione.

In effetti per porre sullo stesso piano di Pari Opportunità i Dirigenti nominati dall'Apparato alla Candidatura PD, bisogna consentire agli altri come me di poter lanciare la propria Candidatura che può essere o meno poi fatta propria dagli iscritti partecipanti al Dibattito Congressuale dei Circoli Locali, Provinciali, Regionali.

In effetti con questa modifica del metodo, che può essere letta implicitamente anche nel regolamento, che non indica di fatto quando i numeri sottoscrittori devono fare da discriminante, se prima della scadenza del 23 u.s. o durante il dibattito congressuale.

Se non si accetta questa dialettica la Democrazia del PD viene di fatti esautorata e sostituita con il Famoso Centralismo Democratico.

Allora chi non la pensa come l'Apparato del PD è costretto ad emigrare fino a pensare di costituire un nuovo Partito del Centro Sinistra.

Per. Ind. Giacomo DALESSANDRO

 

 

CORRIERE della SERA

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2009-07-23

Il segretario pd: "Dico no a maggioranze e governi non decisi dagli elettori"

"Se vince Bersani bipolarismo a rischio"

Franceschini: "Ci sono gli ingredienti per una fine anticipata della legislatura"

Il segretario del Pd, Dario Franceschini (Fotogramma)

Il segretario del Pd, Dario Franceschini (Fotogramma)

MILANO - "Dal congresso del Pd e dal suo esito non passa soltanto il futuro del partito, che pure è una cosa im­portante. Passa anche il futuro as­setto della politica italiana dopo Berlusconi; e quindi la questione ri­guarda tutti. Sento il dovere di pen­sare cosa succederà dopo la chiusu­ra di un’epoca, che può essere o fi­siologica, con la fine della legislatu­ra, o traumatica. Abbiamo il dove­re di pensare che dopo Berlusconi non venga azzerato l’orologio e non si ricominci tutto da capo; co­me se il bipolarismo e l’alternanza di governo non fossero una con­quista di tutti, che ha reso più mo­derno e più semplice il paese, ma fossero legati solo all’esistenza di Berlusconi come leader o come av­versario. Il che sarebbe un dram­ma".

Segretario Franceschini, sta di­cendo che se vince Bersani si tor­na indietro, alla Prima Repubbli­ca?

"In questi anni di transizione dal ’94 a oggi, con tutti gli scontri e i limiti che abbiamo visto, due co­se sono state condivise dai due campi: la nascita di uno schema bi­polare, centrodestra e centrosini­stra che si alternano al governo; e la nascita del Pd prima e del Pdl poi. Si è passati da un bipolarismo fondato su coalizioni eterogenee, frammentate, litigiose, a un bipola­rismo più europeo, con due grandi partiti alternativi e alcune forze in­termedie. Ma non dobbiamo crede­re che questo sistema sia acquisito per sempre, come se fosse consoli­dato da decenni. Dobbiamo pensa­re che questo sistema vada salva­guardato; perché non riguarda so­lo la politica, ma anche le istituzio­ni, l’economia, la competitività, l’aggancio all’Europa".

Il bipolarismo è davvero in peri­colo secondo lei?

"Io prendo un impegno: garanti­re che questo schema sopravviva a Berlusconi. Invece a volte ho l’im­pressione che, se questo schema non si consolida, possa scattare un meccanismo per cui, finito Berlu­sconi, la politica italiana si rimette in moto su binari antichi e, attra­verso cambi di legge elettorali o at­traverso scelte politiche, torni uno schema in cui le maggioranze e i governi non sono più decisi dagli elettori ma sono variabili e mobili. Il bipolarismo italiano e il campo riformista non sono nati in funzio­ne anti-Berlusconi; corrispondono a un assetto globale, tipico delle de­mocrazie di tutto il mondo. Ma se noi sbagliamo rischiamo di perde­re questa conquista".

Lei ne parla come se il Cavalie­re non avesse ancora un lungo mandato davanti a sé.

"Del dopo-Berlusconi dobbia­mo cominciare a occuparci. Nes­sun uomo di buonsenso può pen­sare che si ricandidi a fine legisla­tura; è una scadenza inevitabile. Ma ci sono tutti gli ingredienti per una fine traumatica anticipata. L’autunno sarà il momento di mas­simo impatto della crisi: piccole e medie imprese che non riaprono perché hanno finito credito e liqui­dità, lavoratori dipendenti o auto­nomi con redditi ormai totalmente insufficienti, decine di migliaia di lavoratori dipendenti o autonomi che perdono il lavoro e si trovano a zero euro senza ammortizzatori. Una situazione che si prospetta esplosiva dal punto di vista socia­le, con deficit, spesa pubblica, debi­to pubblico in aumento...".

Berlusconi le replicherà che lei fa del pessimismo ai limiti del di­sfattismo.

"Non è pessimismo; è realismo. Inutile pensare di risolvere il pro­blema nascondendolo. A fronte di una crisi gravissima, c’è un presi­dente del Consiglio profondamen­te indebolito sia rispetto alla sua credibilità nel Paese, sia rispetto al­la sua forza nella coalizione. Quan­do cominciano i processi di inde­bolimento, non si fermano più. E noi dobbiamo ragionare affinché ciò che abbiamo raggiunto nella stabilizzazione dell’assetto politico del paese non finisca con Berlusco­ni".

Quale può essere lo scenario, se al congresso e alle primarie le sue idee non prevarranno?

"Tutto potrebbe tornare a essere elastico e possibile, con alleanze non dichiarate agli elettori che le scelgono ma frutto di accordi parla­mentari, cui potranno essere dati nomi nobili — governo di conver­genza, grande coalizione — ma che di fatto smontano una conqui­sta. Perché bipolarismo e alternan­za non sono garantiti, come qual­cuno pensa, da una legge elettora­le, per quanta influenza abbia. Il bi­polarismo sopravvive a qualsiasi legge se ci sono due grandi partiti alternativi. Se invece — consape­volmente o inconsapevolmente— scomponi questi grandi partiti e torni a un sistema centro-sinistra e centro-destra, con il famoso trat­tino, tutto torna in movimento; non ci sono più due grandi partiti avversari, ma prevale il vecchio schema con la sinistra da una par­te e il centro del centrosinistra dal­­l’altra".

Sta dicendo che teme per l’inte­grità e la tenuta del partito?

"Tenuta in quanto contenitore no. Penso però che il Pd, per esse­re se stesso, debba coltivare le pro­prie diversità, viverle come una ric­chezza e non come un limite. Per questo credo non debba esserci in nessun modo una parte che preva­le sull’altra. L’arcipelago di posizio­ni che sostengono la mia ricandida­tura, laici e cattolici, persone che provengono da storie diverse, aree più moderate e aree più a sinistra, è la garanzia che il Pd continui a essere un grande partito".

Bersani rivendica di poter par­lare di partito di sinistra.

"Io sarei cauto nell’uso delle pa­role. Sinistra è una parola e una storia nobilissima, cui io sono an­che legato. Da ragazzo ero nella si­nistra Dc con Zaccagnini, e ricordo convegni in cui si discuteva se con­siderarci sinistra della Dc o sini­stra nella Dc. Conosco la forza, l’or­goglio della parola sinistra. Ma so pure che c’è una parte degli eletto­ri e dei gruppi dirigenti del Pd che non si riconosce solo in quella pa­rola. O il partito resta la casa di tut­ti, liberal, cattolici, laici, ambienta­­listi, oppure diventa un’altra co­sa".

Anche Bersani ha con sé cattoli­ci come Letta e Bindi.

"Ma non c’è dubbio che nello schieramento che lo sostiene ci sia un’identità organizzativamente e politicamente prevalente. Provia­mo a rovesciare il ragionamento: se per assurdo un’identità di cen­tro esercitasse una egemonia sulle altre, chi si sente di sinistra rimar­rebbe volentieri?".

Una scissione?

"Non necessariamente. Se si la­scia aperto uno spazio, il vuoto sa­rà riempito. Io non escludo una fu­tura alleanza con l’Udc. Ma voglio un Partito democratico che non ri­nuncia a competere direttamente con il Pdl, che non ha bisogno di appaltare a qualcuno la funzione di parlare con i mondi produttivi, di conquistare il voto mobile. Vo­glio un Pd che rappresenti l’eletto­rato di sinistra ma competa al cen­tro. L’esito del nostro congresso peserà sull’intera politica italiana: se consolidiamo il Pd, reggerà an­che il Pdl dopo Berlusconi; se il Pd si scomponesse, anche il Pdl scom­parirebbe e tutto ricomincerebbe da capo".

Aldo Cazzullo

23 luglio 2009

 

 

REPUBBLICA

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2009-07-23

Il segretario del Pd nei nostri studi. Tra congresso e futuro della legislatura

"Tra crisi e scandali personali potrebbe esserci un esito traumatico"

Franceschini a Repubblica tv

"Il premier prigioniero del suo reality"

di EDOARDO BUFFONI

Franceschini a Repubblica tv "Il premier prigioniero del suo reality"

ROMA - "Berlusconi si è imprigionato da solo nel reality che si è costruito. Ci sono molti leader, anche di centrodestra, che mantengono una distinzione nettissima tra la vita politica e quella personale. Lui invece ha scelto di unire vita pubblica e vita privata fin dal primo giorno. E ora è rimasto imprigionato nel suo stesso reality". Dario Franceschini, segretario del Pd, in corsa per la rielezione, conferma la linea adottata dal suo partito in Parlamento: "Continueremo a sollevare i temi della credibilità del Premier, della sicurezza nazionale, delle conseguenze che i suoi comportamenti privati hanno sulla vita pubblica del nostro paese". E' il primo dei nodi affrontati da Franceschini durante il videoforum con gli ascoltatori di Repubblica Tv. Una diretta di un'ora in cui si è parlato anche della battaglia congressuale del Pd, del futuro del partito e della crisi economica.

Legislatura a rischio. "L'incrocio tra la grave crisi economica e la minor forza del Presidente del Consiglio, nei rapporti con l'opinione pubblica (a causa delle sue vicende personali) e nella sua stessa coalizione, potrebbe portare ad un esito traumatico di questa legislatura. Questa è la mia analisi".

Televisioni con il silenziatore. "Su vicende come quelle che riguardano le frequentazioni di Berlusconi, è naturale che la stampa faccia inchieste, informazione - dice Franceschini-. L'anomalia è che in televisione è sceso il silenziatore. La battaglia che sta facendo "La Repubblica" è prima di tutto per la libertà di informazione e dovrebbe essere un esempio, anche perché la reazione del Presidente del Consiglio è sconsiderata, anormale e inimmaginabile in qualsiasi altra democrazia del mondo. Mi riferisco alla violenza della reazione e all'invito a non fare pubblicità sui giornali che fanno il loro mestiere. Queste sono intimidazioni".

Conflitto di interessi. "La norma sul conflitto di interessi va fatta ma Berlusconi va sconfitto politicamente. Non si sconfigge con le regole. Comunque non avere fatto quella legge nella scorsa legislatura è stato un errore".

Alleanze. Un lettore domanda: il Pd potrà allearsi con l'Udc di Casini? "Io registro - risponde Franceschini - che ci sono persone, partiti, che si riconoscono nel campo di centrosinistra. L'Udc invece fa una scelta diversa, di restare autonomo nei due campi. Quindi, dal momento che i centristi decideranno volta per volta con chi allearsi, è utile in questo senso verificare convergenze facendo opposizione insieme".

Mentre sulla possibilità di alleanze con i Radicali o con Sinistra e Libertà aggiunge: "Noi vogliamo vincere le prossime elezioni, quindi costruiremo un'alleanza prima per vincere poi per governare. Negli scorsi anni ci siamo occupati solo della prima parte e i limiti si sono visti. Non ci saranno più alleanze eterogenee, quindi. Dovremo costruire un'alleanza su una reale coesione programmatica. Il principio sarà questo".

Il Pd e il bipolarismo. "Se il bipolarismo italiano è nato solo perché dall'altra parte c'era Berlusconi - dice Franceschini - allora c'è qualcosa che non funziona. Questo potrebbe comportare che finita l'era Berlusconi si tornerebbe alla stagione delle alleanze mobili, alla scomposizione di questa cosa nuova che è la vera garanzia del bipolarismo: l'esistenza di due partiti alternativi. Credo che il congresso del Pd riguardi anche questo. Noi - puntualizza il segretario - dobbiamo fare di tutto perché la nostra scelta sia quella di mantenere un grande partito che da voce e rappresenta l'elettorato più di sinistra, ma che direttamente si assume anche il compito di parlare all'elettorato mobile, alle fasce più moderate e ai ceti produttivi. Se si tornasse all'idea che il centrosinistra è fatto da una sinistra e da un centro, separati, perché il Pd avrebbe la necessità di appaltare a qualcheduno che c'è già, oppure che si costruisce in laboratorio, il compito di prendere i voti moderati del centro, questo sarebbe la pericolosa premessa per tornare indietro".

Di Pietro e il Quirinale. "E' molto strano, per non dire altro, vedere un leader di opposizione che fa un sit-in davanti al Quirinale". Dario Franceschini parla così dell'iniziativa di ieri dell'Idv: "Serve il rispetto delle regole e delle istituzioni, è questo ciò che ci distingue da Berlusconi. Il presidente della Repubblica svolge una funzione di garanzia, è nella sua discrezione scegliere se mandare messaggi formali o come in questo caso lettere di accompagnamento, ci sono molti precedenti. Napolitano ha fatto una scelta responsabile con parole molto chiare".

Grillo. "Non penso che Grillo avrebbe vinto le primarie, le avrebbe trasformate in un'altra cosa perché chiunque, anche di altri orientamenti politici, avrebbe potuto votare per lui. In un partito - ha spiegato Franceschini - non si entra per demolirlo. Soprattutto se un mese fa si sono fatte liste contro il Pd, se si dice che si entra in un partito di morti, se si dice che ci sono comitati d'affari peggiori di quelli di Berlusconi".

No a scissioni. "In vista del congresso di ottobre, tra i candidati deve esserci un confronto democratico, molto trasparente. Non è che possiamo invidiare le primarie americane, dove delle volte se le danno ma poi si mettono insieme quando uno vince e l'altro perde come è stato per Obama e la Clinton. E' inutile invidiarle e poi temerle. Il confronto ci può essere, anche con delle asprezze, sempre mantenendo però una voce unica come opposizione". Secondo il leader del Pd, quindi, "non bisogna temere scissioni o lacerazioni".

La candidatura di Marino. "Io stimo Ignazio Marino, ma la sua candidatura rischia di essere tagliata troppo sui temi eticamente sensibili, temi sui quali bisogna cercare la strada della sintesi. Se invece si alzano barriere e ci si caratterizza per questo è pericoloso".

(23 luglio 2009)

L'UNITA'

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2009-07-24

Le parole chiave di Marino: apertura, coraggio, merito, protezione, libertà

di Mariagrazia Gerina

Brani della politica mondiale. Da Obama a Lula. Dal Bob Kennedy al Dalai Lama. Ma anche da Giorgio Napolitano. Come viatico. "Viva la vida" dei Coldplay come colonna sonora. Si apre così la convention di Ignazio Marino per presentare la sua candidatura alla segreteria nazionale del Pd, alla Camera del Lavoro di Milano. E lui con quale parole si candida a guidare il Pd?

"Apertura. Coraggio. Merito. Protezione. Libertà". Cinque parole, compresa quella presa in ostaggio per quindici anni da Berlusconi, con cui Ignazio Marino presenta la sua candidatura alla segreteria nazionale del Pd, alla Camera del Lavoro di Milano. Con lui, sul palco, il sindaco di Genova, Marta Vincenzi. E Rosa Villecco Calipari, testimonial d'eccezione, che, veltroniana d'origine, ha deciso di appoggiare la corsa congressuale del senatore-chirurgo. In platea c'è anche l'ex presidente della provincia di Milano, Filippo Penati.

"La mia candidatura non è e non sarà merce di scambio, niente accordi. Siamo qui per prendere lo spirito del Lingotto del 2007 e portarlo avanti", dice Marino, che passa con disinvoltura da una citazione del cardinale Carlo Maria Martini a una di Antonio Gramsci. Quella che spiega che ci sono "epoche in cui non c'è la generazione di mezzo, quella che educa i giovani". Come l'epoca presente. Basta guardare dentro al Pd, dice Marino, che suggerisce di cambiarlo seguendo un proverbio indiano secondo cui ci sono tre categorie al mondo: gli inamovibili, quelli che sono mossi e quelli che muovono. "Noi siamo quelli che muovono e che si mettono in gioco, perché non è vero che le cose non cambieranno mai", dice Marino. "Se riusciremo ad affermare questo avremo reso un grande servizio al nostro partito e al nostro paese", scandisce nel suo discorso che parla insieme del Pd e del paese, da riformare secondo "regole comprensibili e semplici". La sua "rivoluzione democratica", che se mai riceverà linfa "dai circoli e non dalle correnti che non distribuiscono speranze e sogni ma potere e sottopotere", dice sfidando i leader a sbarazzarsene.

L'obiettivo che indica è "includere un maggior numero di cittadini nella vita pubblica". Un obiettivo fin qui mancato anche dal Pd: "Non neghiamocelo". "Basta con le liste bloccate, diamo agli elettori possibilità di scegliere i propri rappresentanti", incalza chiedendo, come fa Grillo, che dalla politica si tengano fuori quelli che hanno problemi con la giustizia. Il "merito" come principio universale, scandisce Marino. E poi contratto di lavoro unico e reddito di solidarietà. Ma anche uguali congedi parentali per uomini e donne, e anche per i "nonni", in modo da adeguare le regole al "ciclo di vita delle persone".

Parla di laicità, certo. "Capisco il disagio di Franceschini, la sua difficoltà ad affrontare i temi della laicità perchè all'interno della sua mozione convivono molte posizioni", dice a margine. E a chi gli rimprovera di essere mono-tematico replica che la laicità è soprattutto un metodo per affrontare "ogni questione con rigore nell'interesse generale, non pensare di possedere la verità, sentirsi vincolati dalla decisione presa dopo il confronto con gli altri". È questa la sua ricetta per affermare diritti per "tutti ma proprio tutti, omosessuali o chiunque altro". E dunque varare una legge per "reprimere l'omofobia" e promuovere una "legge sulle unioni civili che ricalchi quella britannica". E consentire anche ai single le adozioni.

Marino però parla di tutto. Di lavoro. Di sicurezza, come diritto alla salute, che se viene negato allo straniero viene negato anche all'italiano che può essere contagiato dallo straniero a cui viene tolto il diritto alla cura. Come istruzione, che non può essere negata a chi ha genitori non regolari. Niente ronde, ma supporto alle forze dell'ordine e giustizia che funzioni. Informazione libera. "Smettiamo di stare al gioco solo per nominare un direttore o un vice della tv pubblica", dice Marino.

I principi con cui la politica deve candidarsi a cambiare il paese per Marino sono semplici. "Non c'è democrazia se si conosce il nome di chi otterrà un posto nell'università prima che un concorso viene bandito", dice. "Se si trattano come delinquenti gli ultimi della terra". "Se un cittadino deve andare a centinaia di chilometri da casa sua per curarsi". "Se una parte della società e dello stesso stato sono soffocati dalla criminalità organizzato", dice raccontando le difficoltà di "italiano di ritorno" quando dagli Usa decise di trasferirsi di nuovo in Italia. E il rifiuto di un paese dove "la furbizia prevale sul senso civico", dove "il migliore è migliore colui che riesce a farla franca aggirando le regole", dove le "pari opportunità" sono un "dipartimento di Palazzo Chigi e non un principio chiaro che dovrebbe riguardare tutti".

E da quella esperienza che è partito il percorso che lo ha portato ora a sfidare i leader del Pd per la guida del partito. "Non sono ignaro delle difficoltà, ma non mancherà mai il mio impegno ad ascoltare tutti, insieme possiamo cambiare l'Italia".

Prima di lui a scaldare la platea ci aveva pensato il "piombino" Giuseppe Civati. "Forse qualcuno li prenderà come sogni di mezza estate ma noi sogniamo di cambiare il Pd e il paese", dice il coordinatore del programma, che scandisce il profilo di un partito che parla "anche a quelli che si sentono traditi dal Pd". E che "si rivolge agli elettori prima che alle segreterie del partito". "Autorevole, che ascolta tante voci ma poi ne ha una, non fa giri di parole, sa cosa dire sulla sicurezza, sulla politica economica, sul futuro e sui problemi del suo tempo". "Rete e territorio", "bocciofile e web". Ma "niente caminetti". Un partito "dove si sappia dove vanno a finire i soldi del rimborso elettorale".

E che in Parlamento sappia portare avanti la "legge sulle unioni civili, sul divorzio breve, cose che riguardano la vita delle persone". E ai lavoratori sappia parlare chiaramente e dire cose come "lavoratori, unitevi". L'unità è una parola che piace a questa platea, dice Civati (e anche "l'Unità, un bel giornale", si concede un omaggio), che ripercorre il cammino che ha portato lui e i "cosiddetti" piombini a intrecciare la loro strada con quella del candidato Ignazio Marino. Diritto di cittadinanza, scandisce il sindaco di Genova Marta Vincenzi. "Cittadinanza legata alla residenza e non alla nascita", spiega.

Racconta un altro percorso che l'ha portata a sostenere Marino, Rosa Calipari, che Marino l'ha conosciuto nel 2006 quando tutti e due erano i nuovi volti della politica. Veltroniana lei, dalemiano lui, secondo gli schemi. E ora insieme. E proprio a Veltroni e al Lingotto rimanda Rosa Calipari per spiegare perché ha deciso di sostenere il candidato chirurgo e non altri. La citazione recita: "Un partito aperto che vuole affascinare quei milioni di italiani che credono nel merito e che trovano la politica chiusa". Obiettivo disatteso. "E ogni errore specie così grande dovrebbe spingerci a ripensamento radicale", dice Rosa Calipari. Particolarmente al Sud.

"Adagiarsi nel senso della superiorità a che ci serve quando le nostre difficoltà ad essere diversi ci si stagliano davanti in Campania e in altre regioni?", domanda Rosa Calipari, che si scaglia contro un'idea del partito del sud. E spiega: "Secondo me Ignazio sul Mezzogiorno deve sfidare gli altri candidati, che dedicano al massimo dieci righe all'argomento", spiega. Il punto è: "Il ruolo che il Pd vuole avere nella società del Sud". La differenza che invoca è quella "tra chi è pragmatico per scegliere le elezioni e chi vorrà dare al Pd una funzione di esempio etico per cambiare la società". Parla di "autoimpresa" e di un "patto" per sostenerla come risposta alla criminalità organizzata. Di "cura del territorio", di cui il Pd si deve fare promotore. La proposta per il Sud rappresentava discrimine tra forze conservatrici e progressisti. Altrimenti il Sud sarà solo "la bancarotta" del paese.

23 luglio 2009

 

 

 

Franceschini: le coppie di fatto non sono una famiglia. E' duello sul bipolarismo in pericolo

Dario Franceschini e Pier Luigi Bersani mettono sul tavolo le carte che giocheranno l'uno contro l'altro nello scontro congressuale. Il primo si è dichiarato il "garante" del mantenimento del bipolarismo, contro il rischio di tornare indietro in caso di successo dell'avversario; il secondo ha contrattaccato attribuendo a Franceschini la perdita di 4 milioni di voti alle europee.

Intanto, dopo la rinuncia alla candidatura di Mario Adinolfi (che appoggia Franceschini) e di Renato Nicolini (che non ha presentato le firme richieste), a contendere la segreteria a Bersani e Franceschini non c'è più solo Ignazio Marino, ma anche una vecchia conoscenza del Pd: Amerigo Rutigliano, sessantenne ragioniere romano, che aveva tentato le primarie già nel 2006, ma aveva fallito la presentazione delle firme. Ora ne porta 42 in più del minimo consentito e spera di non essere smentito dalla verifica di validità.

In due interviste, al Corriere della Sera e a Repubblica Tv, nonchè in un intervento all'assemblea dei Liberal del Pd, Franceschini è stato diretto: "Non dobbiamo pensare che il bipolarismo sia acquisito definitivamente", specie laddove esca di scena Silvio Berlusconi. Insomma, questo sistema "va salvaguardato dal ritorno a uno schema in cui le maggioranza e i governi non sono più decisi dagli elettori ma sono variabili e mobili". E poi non basta una legge elettorale a "mettere in sicurezza" il bipolarismo, che "sopravvive se ci sono due grandi partiti alternativi. Se invece scomponi questi grandi partiti e torni a un sistema centro-sinistra e

centro-destra, con il famoso trattino, tutto torna in movimento; non ci sono più due grandi partiti avversari, ma prevale il vecchio schema con la sinistra e il centro del centrosinistra".

Franceschini, all'assemblea dei Liberal, specifica: "Non parlo di intenzioni esplicite" da parte di Bersani, ma "di tentazioni che emergeranno inevitabilmente" se dovesse prevalere uno schema politico, in cui il Pd torna ad essere un partito solo di sinistra, "delegando ad altri il compito di andare a cercare il voto moderato, mobile".

"Il dato vero - ha replicato Filippo Penati, coordinatore della mozione Bersani - è che nell'ultimo anno e mezzo si sono persi 4 milioni di elettori, 300 mila al mese, oltre 10 mila al giorno. Bisogna cambiare". Insomma, "la prima cosa che il nuovo Pd deve però fare è capire come rimettersi in sintonia con l'elettorato, come riconquistare la fiducia". E per fare questo, ha aggiunto l'ex presidente della provincia di Milano, "serve discontinuità" con il passato. Sulla stessa lunghezza d'onda il commento di Massimo D'Alema: "Il vero rischio per il bipolarismo è l'estremo indebolimento di questo partito che, in due elezioni, si è ridotto al 26%; dopo di che il bipolarismo diventa piuttosto difficile nel senso della possibilità di riconquistare il governo del Paese". Rosy

Bindi punge: "A Franceschini manca il realismo. È falso che si abbia nostalgia delle maggioranza variabili, ma a Palazzo Chigi

non si va con il 33% e tanto meno con il 26...".

Anche per Enrico Letta quelle di Franceschini sono "critiche infondate e fatte non con il tono giusto per una campagna

congressuale: se si spara la bomba atomica all'inizio, non immagino cosa accadrà dopo". Ecco la contro-replica di Franceschini: "Mi diverte un pò vedere che chi sui giornali mi diceva 'bravissimo, benissimò finchè non mi sono ricandidato, ora mi attribuisca la perdita di quattro milioni di voti. Eppure eravamo tutti lì a metterci la faccia".

Anche Fassino non ci sta e si affianca a Franceschini: "C'è stato un intero gruppo dirigente che vi si è misurato, quindi semmai c'è una responsabilità in solido e collettiva". E se si deve parlare di sconfitte, ha aggiunto, Penati e il segretario lombardo Maurizio Martina, entrambi con Bersani, non possono dare lezioni.

Dario Franceschini ha anche parlato di famiglia, coppie di fatto e adozioni gay. "Sul riconoscimento delle coppie di fatto c'è una posizione che è stata portata in parlamento piu volte e che io condivido: è il riconoscimento delle coppie di fatto, che in base al nostro ordinamento costituzionale sono una cosa diversa dalla famiglia, ma devono avere diritti, riconoscimento e diritti. Le adozioni - continua il segretario del Pd - sono una cosa diversa, perché nelle adozioni c'è una terza persona, che è la più debole, che ha il diritto di avere in modo naturale un padre e una madre di sesso diverso. E l'adozione è un atto che deve essere riconosciuto dalla legge, penso che in questo caso si debba, la legge debba tutelare prima di tutto il diritto del meno protetto, che è il minore adottato".

"Condivido il riconoscimento dell'esistenza delle coppie di fatto" che però "sono una cosa diversa dalla famiglia". l'ha detto Dario Franceschini. "Diverso - aggiunge - è il caso delle adozioni. qui c'è una terza persona, il minore, che ha diritto di avere una tutela perchè è il meno protetto".

 

 

 

 

Debora Serracchiani mette i voti ai segretari

di ma.ge.

"Simpatico". Che dirà D'Alema ora che anche lui è finito nella nuova categoria politica aperta da Debora Serracchiani? "Trovo D'Alema una persona simpatica", spiega la neo-candidata alla segreteria regionale del Friuli. E però "in questi 20 mesi del Partito democratico avrebbe potuto dare un contributo diverso, che non mangiare l'ennesimo leader".

E poi: "avrebbe potuto cambiare le sorti del Paese ma non l'ha fatto". "Chi è che non ha fatto la legge sul conflitto di interessi?", insiste Debora: D'Alema "è stato presidente del Consiglio, ha avuto delle responsabilità, come l'ha avuto chi era ministro o segretario di partito".

Risultato per la "ragazza" che ha battuto Berlusconi l'ex presidente del consiglio non si merita più di un 5. Rimandato a settembre. E con lui, quasi, quasi ci finisce anche Veltroni, che Debora salva per un pelo: era partita da un 6 + ma pensandoci bene poi lo ha promosso con uno stentatissimo 6 --.

Debora Serracchiani mette i voti. Intervistata su "Orzo tv" dal satirico Diego Bianchi, il video-blogger di "Parla con me", la rivelazione politica dell'anno non si mostra molto generosa. Neppure con il segretario del Pd, che ha deciso di sostenere. Il "simpatico" Franceschini non strappa più del 6 1/2. "Potrebbe fare di più", lo bacchetta Debora, tanto per dimostrare che non ha perso il vizio di correggerlo. Sei e mezzo. Poco più di Grillo che per lei che ha costruito il suo percorso politico sulla critica al vecchio vale almeno un 6 pieno. Proprio quanto darebbe a Bersani. Né più né meno. Anzi, di Bersani dice anche: "Nessuno si è accorto che si è candidato". Meglio come ministro: "Nel suo campo è stato un grande innovatore, ma nella sua piattaforma economica mi sarei aspettato qualcosa di più".

Chi invece segue D'Alema dritto dritto agli esami di riparazione è Ignazio Marino. Ma come? Non era in nome della sua battaglia sul testamento biologico che Debora Serracchiani aveva bacchettato Franceschini? Esattamente così. Eppure in pochi mesi il chirurgo-senatore ha perso punti agli occhi della neo-eletta al parlamento europeo. Un po' come i piombini: "Ma io non sono mai stata piombina", rivendica Debora Serracchiani. "A noi serve un segretario del Pd, non un chirurgo di fama internazionale, abbiamo bisogno di una persona che faccia il segretario a tutto campo".

Ma dopo poche ore arriva per la Serracchiani la replica di D'Alema, tutt'altro che deluso: "La Serracchiani mi dà 5 in pagella? Era 4, prima. Meno male, c'è qualche speranza di miglioramento. Io - conclude ironico - vorrei capire questa cattedra quando l'ha vinta, però va bene...".

23 luglio 2009

 

 

 

 

"Uniti per battere la povertà"

di Marco Rossi Doria

In questi giorni che precedono il termine di iscrizione al Pd, spesso capita di sentirsi tra insegnanti, operatori sociali, persone che si occupano di giovani, di famiglie in difficoltà, di chi è cittadino di serie B perché è povero. Gli italiani poveri sono oltre 8 milioni e aumentano perché la crisi morde sempre di più. Nella cattolicissima Italia i poveri con 1 figlio sono il 17 percento di tutte famiglie con un figlio ma sono il 49 percento delle famiglie con tre figli: più figli hai e più finisci tra i poveri. I bambini e ragazzi poveri sono oltre due milioni, un quarto di tutti i minori; solo Romania, Lituania e Polonia stanno peggio di noi. Essi sono oltre l’80% dei bocciati. Nelle aree povere del Paese si concentrano tutti coloro che non finiscono la scuola. Questi ragazzi sono in grande maggioranza italiani. Vivono nelle nostre periferie e nei centri degradati. Hanno genitori in media più giovani, con poca istruzione, che vivono condizioni di lavoro e abitative precarie.

Oltre due terzi di questi ragazzi poveri e poveri di istruzione e formazione, vivono nel Mezzogiorno. Dove le amministrazioni, molte di sinistra, negli ultimi vent'anni non hanno saputo consolidare il tempo pieno a scuola ben prima che arrivasse il decreto Gelmini, che lo attacca ulteriormente; né hanno saputo trasformare i progetti innovativi in stabili servizi né costruire una seria formazione professionale né proporre politiche innovative ed efficaci di welfare né dare conto, pubblicamente, di quale è stata la effettiva ricaduta e di come sono stati spesi molti dei fondi.

In tanti vorremmo che vi fosse davvero un Pd. E che all’aggettivo "democratico" corrispondesse innanzitutto l’impegno verso chi è escluso dalle opportunità. Vorremmo che ci fosse per soprattutto per contrastare davvero le molte piaghe della povertà. E per affrontare, con rinnovata onestà intellettuale, la Questione Meridionale che è cancellata dall’agenda politica italiana: analizzare con impietosa serietà lo stato in cui ci si trova a vivere, riconoscere le responsabilità nazionali e, insieme, quelle locali e le storture nell’amministrazione e nello sviluppo. E chiedersi: perché è potuto capitare che ancora non vi sono nel Sud classe politica e classe dirigente degne di questo nome, capaci di usare la spesa pubblica come leva per risultati stabili e crescita della cittadinanza anziché per creare dipendenza e povertà? E’ una domanda importante a oltre cento anni da Francesco Saverio Nitti, Giustino Fortunato, Guido Dorso, Gaetano Salvemini, don Sturzo - le tradizioni alte dalle quali viene, in fondo, tanta ispirazione del Pd.

Dunque questo partito che vorremmo non c’è; e non c’è nel Sud. Vi sono, sì, molti tesserati; aumentano come le formiche. Ma qui risparmio - per amore di patria - di raccontare le cento e cento storie di queste tessere… Nonostante tutto questo in tanti ci stiamo tesserando. Ma in tanti per ora non intendiamo schierarci nell’ennesima infinita battaglia congressuale. Chi sta a contatto con i giovani, le donne e gli stranieri senza opportunità capisce il senso delle contrapposizioni in un partito ma sa anche che i problemi e i compiti stanno davvero altrove. Per questa ragione mi piacerebbe che l’Unità chiedesse a chi sta avviando una forte campagna interna di mettersi d’accordo su alcune cose che possono essere condivise da tutti.

Propongo a l’Unità di farsi voce della possibilità, almeno, di una sorta di moratoria tra i candidati segretari. Solo su alcune proposte - relative all’aumento di risorse alle famiglie povere e alla promozione dei bambini e adolescenti - proposte su cui accordarsi, a settembre, prima ancora della conta congressuale, al fine di dare, su questi temi, un indirizzo unitario e forte al PD: politiche attive del lavoro basate sul principio che il primo lavoro, in particolare, deve essere legale, incentivi fiscali e trasferimenti monetari alle famiglie più povere ma legate a una loro responsabilizzazione verso se stesse e i figli, riduzione dei costi di cura, abitativi e sanitari nelle aree di massima concentrazione delle povertà, azione straordinaria per il tempo pieno nella scuola di base, scuole di seconda occasione e una vera formazione professionale nel Mezzogiorno, misure repressive ancor più forti contro il crimine organizzato, patto di sostegno (banche, sindacato, imprese, amministrazioni, fondazioni, stato) all’autoimpresa dei ragazzi. Propongo ai candidati segretari di prendere anche un impegno, insieme, perché nei futuri organi dirigenti del Pd vi sia una presenza qualificata e numerosa di persone che, per conoscenza e esperienza, possano davvero rappresentare chi ha meno possibilità di essere rappresentato.

23 luglio 2009

 

 

 

 

 

 

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2009-07-23

Pd: si chiude la corsa per le candidature. Adinolfi rinuncia

23 luglio 2009

VIDEO

IL PUNTO / Pd, un confronto precongressuale che non convince

di Stefano Folli

PILLOLA POLITICA/ Di Pietro alza il tiro, il Pd non scioglie il nodo (di Emilia Patta)

"Dai nostri archivi"

Pd: il rischio di doppio risultato congresso-primarie

Franceschini-Bersani uniti in economia, la vera sfida è su partito e alleanze

Le promesse di Franceschini in cinque parole chiave

Veltroni: "Il Pd ha vocazione maggioritaria o non c'è"

Chiamparino scalda i muscoli per la corsa alla guida del Pd

Dopo l'esclusione controversa di Beppe Grillo dalla corsa alla segreteria Pd arriva la rinuncia di Mario Adinolfi, che entra nella squadra di Dario Franceschini. La piattaforma del segretario per "un partito aperto, senza steccati" lo ha convinto, ha spiegato il blogger che ha scelto di non utilizzare le 2.200 firme raccolte a proprio sostegno.

Nessun ripensamento per Ignazio Marino, la cui candidatura è stata depositata. 2.000 firme come da regolamento, "ma ne sono state raccolte tante migliaia", ha riferito Michele Meta, coordinatore della mozione che appoggia il senatore-chirurgo.

Renato Nicolini, come lui stesso aveva già annunciato, non è riuscito a raccogliere le 1.500 firme necessarie. L'ex assessore pensava di avere tempo fino al 31 luglio e ha definito la scadenza stabilita per oggi "ridicola, perché si blocca il dibattito prima del congresso".

Intanto oggi il segretario non ha lesinato critiche ai suoi avversari. Se vincesse Pier Luigi Bersani, ha detto "tutto potrebbe tornare a essere elastico e possibile, con alleanze non dichiarate agli elettori che le scelgono ma frutto di accordi parla­mentari, cui potranno essere dati nomi nobili, governo di conver­genza, grande coalizione, ma che di fatto smontano una conqui­sta". Gli ha risposto Filippo Penati, coordinatore del Comitato Bersani: "il dato vero è che nell'ultimo anno e mezzo si sono persi 4 milioni di elettori, 300 mila al mese, oltre 10 mila al giorno. Bisogna cambiare".

 

Mentre Debora Serracchiani, ospite della videochat di Zoro, ha dato i voti a leader e protagonisti della fase congressuale del Partito democratico. Tutti promossi, anche se con sufficienza risicata, tranne Massimo D'Alema e Ignazio Marino. Il voto più alto è andato a Dario Franceschini: sei e mezzo, "ma si deve impegnare di più". Per Pierluigi Bersani un pugno e una carezza: "Nessuno si è accorto che si è candidato. Ma considerando che è stato un bravo ministro, dico sei". Ignazio Marino: cinque, perché "dobbiamo sforzarci di non parlare solo di certe cose. A noi serve un segretario del Pd, non un chirurgo di fama internazionale, abbiamo bisogno di una persona che faccia il segretario a tutto campo".

Cinque anche per Massimo D'Alema: "Perché credo debba lasciare più spazio a Bersani".

Promossi, invece, sia Beppe Grillo che Walter Veltroni. Il comico, dice la Serracchiani, "a me piace. Gli darei un sei". L'ex segretario "si comporta con coraggio", e guadagna un sei meno.

La giovane parlamentare europea giudica anche se stessa: "oscillo tra cinque e sei. Devo umilmente fare un po' di strada e sforzarmi per cambiare gli altri e non cambiare me stessa".

23 luglio 2009

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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